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   Data: 11 Marzo 2003

Autore dell'articolo: Luciano Longo

Durata: 3'

A cura di: Consuelo Alberti - Cristina Sammartano - Daria Di Mauro

Riprese: Consuelo Alberti - Cristina Sammartano

Montaggio: Daria Di Mauro

Tognazzeide

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Sono trascorsi poco più di dieci anni dalla scomparsa di Ugo Tognazzi, ma il suo ricordo è ancora vivo.
Il Teatro Ambra Jovinelli ha ricordato questo grande attore con una serie di serate a lui dedicate, con la proiezione dei sui film e una mostra.
A lui è stata dedicata anche una serata speciale, con uno spettacolo condotto da Serena Dandini. Tra i partecipanti, oltre a Gianmarco e Ricky Tognazzi, anche Mario Monicelli, Paolo Villaggio, Maurizio Nichetti.


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Ugo Tognazzi era nato a Cremona il 23 marzo del 1922. Cominciò a lavorare giovanissimo, a quattordici anni, come operaio in una fabbrica di salumi. Il cibo: un destino che si è portato dietro fino al giorno della sua morte. Insieme al suo lavoro di attore. Tognazzi e la cucina, Tognazzi in cucina. Si considerava un nobile artista dei fornelli, conoscitore ed esperto dei segreti e dei piaceri della buona cucina, sublime ed irraggiungibile godimento della vita, insieme al sesso.

Il cinema, il teatro, la televisione erano i luoghi del travestimento, della maschera da indossare per irridere e spiazzare il senso di una esistenza spesso assurda e che andava invece vissuta sempre fino in fondo, con gioia, libertà e creatività. Eppure era la sua professione. Il suo mondo, pieno di fantasmi ed apprezzabili compromessi con le cose e con gli altri, eterno ritorno di un unico personaggio “mostruoso” prodotto dalla piccola borghesia italiana, da lui rigettato e per questo amato ed interpretato per tutta la vita. Volgarità mista a goliardia, opportunismo che diviene meschinità, umiltà che si trasforma in simpatia. Il ritratto di una classe alla deriva che è anche la tragedia di un uomo ridicolo, come nel film di Bertolucci che nel 1981 gli valse la Palma d’oro come miglior attore al Festival di Cannes.

Amava definirsi un buongustaio della vita, che va assaggiata e poi mangiata con senso critico, sapendo discernere ciò che vale la pena da ciò che invece va rigettato. Capacità che si acquisisce con l’esercizio, strumento essenziale per liberare la propria creatività e sentirsi liberi. Come Tognazzi con i suoi personaggi, come Ugo con la cucina. Esercizio della distanza, del distacco consapevole. Attraverso lo stile, nella recitazione, nella preparazione dei piatti. Ritualizzando l’istinto e la mostruosità dell’umano bisogno.

La sua carriera d’attore cominciò molto giovane nel teatro di rivista per poi passare al cinema con il suo primo film “I cadetti di Guascogna” (1950) di Mario Mattoli. Straordinari gli anni sessanta con interpretazioni memorabili nel periodo d’oro della commedia all’italiana e che segnarono anche il sodalizio con Marco Ferreri. Con lui lavorò in cinque film: Una storia moderna (1963), La donna scimmia (1964), Marcia nuziale (1966), L’udienza (1971) e l’indimenticabile La grande abbuffata (1973). Forse il film che più d’ogni altro ci riconsegna una parte di verità sul Tognazzi uomo, del suo rapporto famelico con la vita, del suo istinto creativo ed estremo, sempre in bilico però con la consapevolezza di un’altra realtà, negativa e dolorosa, insopportabile e meschina, inaccettabile forse più della morte stessa. Scavare un solco intorno al mondo, per tenerlo lontano, per non riconoscerlo più e lasciarsi vivere fino a morirne. L’anatra all’arancia, Amici miei, Il vizietto, I mostri, La terrazza alcuni degli altri suoi film. Sordi, Gassman, Mastroianni, Manfredi le altre maschere mostruose di un paese che si rideva addosso inconsapevole. Tognazzi vive ancora anche se è morto il 27 ottobre del 1990.



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